NEL 1958, LA PRIMA MANCATA QUALIFICAZIONE DELL’ITALIA AI MONDIALI DI CALCIO (2022)

articolo di Giovanni Manenti

La drammatica tragedia di Superga che, il 4 maggio 1949, cancella il “Grande Torinofa da triste preludio al “decennio orribile” della Nazionale italiana di calcio che, sia pure in veste di campione del mondo in carica in virtù dell’affermazione ai Mondiali di Francia 1938 – data la forzata cancellazione delle edizioni del 1942 e 1946 a causa dei tragici eventi del secondo conflitto mondiale –, viene eliminata al primo turno (sconfitta per 2-3 dalla Svezia ed inutile vittoria 2-0 sul Paraguay) nel 1950 in Brasile, dopo essersi sobbarcata un estenuante viaggio in nave dato che il paese intero era ancora scosso da ciò che era capitato agli sfortunati giocatori granata.

Non meglio le cose vanno quattro anni dopo in Svizzera, torneo in cui gli Azzurri, inseriti nello stesso girone di Belgio, Inghilterra e dei padroni di casa – quello di incontrare la formazione della nazione organizzatrice è una costante per l’Italia, circostanza verificatasi con esito favorevole a Francia 1938, Messico 1970, Argentina 1978 e Germania 2006 e, al contrario, nella citata edizione elvetica, al pari di Cile 1962, Francia 1998 e Corea del Sud 2002 –, si trovano ad affrontare per due volte gli svizzeri venendo in entrambi i casi sconfitti, con non poche polemiche (1-2) nel primo caso e con ben poche attenuanti (1-4) nel secondo, così da abbandonare la competizione al primo turno.

Gli anni ’50 sono caratterizzati, nel Belpaese, da un copioso utilizzo di giocatori stranieri – ancorché il loro impiego sia limitato a tre soli per squadra – che porta ad arricchire la nostra Serie A di autentici fuoriclasse quali il trio rossonero svedese composto da Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, al quale la Juventus risponde con i danesi John Hansen e Karl-Aage Praest, mentre all’Inter approdano l’ungherese Istvan Nyers e lo svedese Lennart Skoglund, senza tralasciare ovviamente anche il mercato sudamericano, da cui attraversano l’oceano giocatori del calibro di Julinho, Miguel Montuori, Juan Alberto Schiaffino, Dino Da Costa, Alcides Ghiggia sino al “trio degli angeli dalla faccia sporca” composto dai tre argentini Omar Sivori, Humberto Maschio ed Antonio Valentin Angelillo, ai quali l’anno seguente si unisce il brasiliano José Altafini.

Tale situazione non fa peraltro che impoverire il “serbatoio” da cui attingere (specialmente in attacco) per quanto concerne la selezione per la maglia azzurra, sia pure in un periodo in cui le scelte sono demandate ad una “commissione tecnica” che, a conclusione della deludente rassegna iridata in terra elvetica, è composta da Alfredo Foni (in qualità di allenatore, reduce da due scudetti consecutivi vinti alla guida dell’Inter), Angelo Schiavio, Luciano Marmo, Giuseppe Pasquale e Luigi Tentorio, non proprio il massimo da un punto di vista decisionale.

Fatto sta che la Nazionale continua a stentare e – ad eccezione di alcuni risultati di prestigio contro Argentina, Brasile e Germania Ovest, ma sempre in incontri a carattere amichevole – quando si tratta di gare ufficiali “i nodi vengono al pettine”, come certificano le sconfitte valevoli per la Coppa Internazionale per 0-4 a Torino contro la Jugoslavia, cui seguono lo 0-2 di Budapest contro, peraltro, la “Grande Ungheria” dell’epoca ed il pari per 1-1 a Berna contro la Svizzera.

A questo punto, ed approssimandosi le qualificazioni per le fasi finali dei Mondiali 1958 in Svezia, alla commissione tecnica viene in mente l’idea – probabilmente sulla scorta di quanto avvenuto nelle due vittoriose edizioni di Italia ’34 e Francia ’38, in cui il commissario tecnico Vittorio Pozzo aveva potuto contare, soprattutto nel primo caso, sul determinante apporto dei “cosiddetti” oriundi Luisito Monti, Enrique Guaita e Raimundo Orsi, mentre nel secondo l’unico a fornire il proprio contributo era stato Michele Andreolo – di procedere alla naturalizzazione di alcuni degli stranieri militanti nei club della nostra Serie A, ed il primo a fruire di tale circostanza è l’argentino Montuori, che fa il suo debutto in maglia azzurra a metà febbraio 1956 nel successo per 2-0 in amichevole contro la Francia.

Nel frattempo, la FIFA ha stabilito la composizione dei gironi eliminatori per la rassegna svedese, e l’Italia è inserita nel Gruppo 8 europeo assieme a Portogallo ed Irlanda del Nord, un sorteggio tutto sommato agevole, trattandosi di due Nazionali che non si erano sinora mai qualificate per le fasi finali di un Mondiale, con gli azzurri ad esordire il 25 aprile 1957 a Roma contro l’Irlanda del Nord, assicurandosi l’intera posta grazie ad una rete dopo appena 3’ di gioco siglata da Cervato su calcio di punizione, il modo migliore di inaugurare il percorso dopo il pari per 1-1 dei nordirlandesi in Portogallo.

La pochezza della compagine lusitana viene testimoniata allorché, ad una settimana di distanza dell’incontro disputato allo “Stadio Olimpico”, viene pesantemente sconfitta 0-3 a Belfast, ma in casa azzurra c’è poco da stare allegri visto che, in previsione della trasferta di Lisbona fissata per il successivo 26 maggio, l’Italia subisce una nuova, pesante battuta d’arresto contro la Jugoslavia, venendo stavolta travolta per 6-1 a Zagabria, con a “salvare l’onore” un rigore trasformato a Cervato già sul punteggio di 5-0, con una formazione che schiera 9 undicesimi della Fiorentina campione d’Italia, uniche varianti il portiere Roberto Lovati in vece di Giuliano Sarti e, ovviamente, Giampiero Boniperti in luogo dell’ala destra brasiliana Julinho.

Un inquietante “campanello d’allarme” che, puntualmente, si manifesta a due settimane di distanza, allorché – con una formazione completamente rivoluzione, ne restano solo tre, Cervato, Chiappella e Boniperti, e con l’esordio in azzurro degli “oriundi” Ghiggia e Bruno Pesaola – l’Italia viene battuta per 3-0, dopo essere andata al riposo sullo 0-1 per una rete dell’ala Vasques, passivo poi arrotondato nei minuti conclusivi dai centri di Teixeira e Matateu, così che, a questo punto, la classifica vede al comando Portogallo ed Irlanda del Nord con 3 punti (ma tre gare giocate) e l’Italia a chiudere a quota 2, ma con ancora due incontri da disputare.

Il calendario prevede che ad andare per prima in scena sia la sfida contro i nordirlandesi, in programma il 4 dicembre 1957 al “Windsor Park” di Belfast, con gli azzurri consapevoli che una sconfitta avrebbe determinato la mancata qualificazione ai Mondiali con una gara di anticipo e, per l’occasione, viene scelto quale direttore di gara il quotato arbitro ungherese Istvan Zsolt, se non fosse che, a causa della nebbia, lo stesso è bloccato in aeroporto a Londra alla vigilia e comunica alla federazione nordirlandese le sue difficoltà ad arrivare.

Il segretario generale della FA Billy Drennan mette in preallarme l’arbitro inglese Arthur Ellis, che può raggiungere Belfast via nave, ma una tale soluzione non trova d’accordo il presidente della FIGC Ottorino Barassi, il quale propone di attendere l’indomani mattina per verificare lo stato del clima, ma la nebbia non si alza e pertanto si raggiunge un compromesso – visto che l’incontro è previsto per le 14:15 ora locale e già molti spettatori hanno preso posto sugli spalti – ovvero disputare la partita ma a titolo amichevole (a dirigerla viene chiamato il nordirlandese Thomas Mitchell), rimodulando la sfida valevole per la qualificazione mondiale al 15 gennaio 1958.

Tutti d’accordo, con il “piccolo particolare” che vi era da partecipare la decisione anche al pubblico che non la prende per niente bene, considerando che molti di loro avevano dovuto prendere mezza giornata di permesso dal lavoro per assistere all’incontro, così che non appena le due squadre entrano in campo, le stesse vengono accolte da veri e propri ululati di protesta, ai quali anche i giocatori in campo ci mettono del loro non risparmiandosi colpi proibiti, così che ben presto la partita si trasforma più in un incontro di calci che non di calcio ed il risultato di 2-2 sembra non interessare proprio a nessuno, tanto da passare ai posteri come “The Battle of Belfast” (“La Battaglia di Belfast”), alla cui conclusione il pubblico, sempre più esasperato ed inferocito, invade il campo e buon per gli azzurri che i poliziotti presenti non si facciano scrupoli ad usare i manganelli contro i tifosi e che il capitano nordirlandese Danny Blanchflower convinca i propri colleghi ad accompagnare negli spogliatoi i giocatori italiani.

Capito il clima, l’Italia torna a Belfast dopo aver restituito al Portogallo, il 22 dicembre 1957 allo “Stadio San Siro” di Milano, il 3-0 dell’andata approfittando di una giornata fredda a nebbiosa, risolta da una doppietta del viola Gratton e dal sigillo conclusivo di Pivatelli, unici italiani di origine in un attacco che schierava anche i due “uruguaiani campioni del mondo 1950” (!!!) Ghiggia e Schiaffino, oltre all’immancabile Montuori.

Portatasi a quota 4 punti, l’Italia ha ora il vantaggio di avere due risultati su tre a disposizione allorché si presenta nuovamente al “Windsor Park” di Belfast a metà gennaio 1958, con Zsolt stavolta pronto a dare il fischio d’inizio, e schierando un attacco composto per quattro quinti da oriundi, con il solo Pivatelli a far compagnia agli stessi Ghiggia, Schiaffino e Montuori, con l’aggiunta di Da Costa, al suo esordio in azzurro assieme al mediano interista Gianni Invernizzi.

In un clima alquanto teso, è facile immaginare che “l’attaccamento alla maglia” non fosse proprio il massimo per chi proveniva da federazione straniera, ed il furore agonistico da parte dei padroni di casa fa sì che non sia ancora scoccata la mezz’ora di gioco e l’Italia è sotto per 0-2, grazie alle reti di Jimmy McIlroy e Wilbur Cush (che aveva messo a segno una doppietta nel match precedente valido come amichevole), per poi vedere svanire ogni speranza, dopo che Da Costa aveva dimezzato lo svantaggio al 56’, a seguito dell’espulsione comminata a Ghiggia a metà ripresa, così che, stavolta, al triplice fischio finale gli spettatori invadono il campo per festeggiare la prima “storica” qualificazione ad un Mondiale dei propri beniamini.

Per l’Italia, una sorta di “dramma nazionale”, ancorché la lezione serva a ben poco, visto che, quattro anni dopo in Cile, fanno ancora parte dei 22 selezionati quattro “oriundi”, ovvero Altafini, Maschio, Sivori ed Angelo Sormani, con i due argentini, in particolare, tacciati da pubblico, stampa ed avversari cileni come “traditori”, con le conseguenze note a tutti.

Le successive quattro finali mondiali – sconfitti nel 1970 in Messico ed ai calci di rigore ad Usa ’94, sollevando al contrario il trofeo nel 1982 a Madrid in Spagna e nel 2006 a Berlino – avevano debitamente compensato quella “pagina nera” del calcio azzurro, se non fosse che, a riaprire la ferita, hanno provveduto le due, clamorose mancate qualificazioni dell’Italia alle fasi finali delle edizioni di Russia 2018 e del 2022 in Qatar.

Come dire che, al peggio non vi à mai fine

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Author: Carmelo Roob

Last Updated: 11/02/2022

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